Centre français d'études rosminiennes

 

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23 juin 2004

 

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Piaghe della cultura cattolica

 

par Pier Paolo Ottonello

Professeur de philosophie à l'Université de Gênes, doyen du Disspe,

dir. de Filosofia oggi, Riv. rosm. di filosofia, Studi Europei et Studi Sciacchiani

 

 

1. Premessa

 

Alla vigilia di due importanti contigue ricorrenze — il 150° dalla morte di Rosmini e i cent'anni della "Rivista Rosminiana" — è essenziale assumerle anzitutto come occasioni di "esame di coscienza". Ne sintetizzo alcune linee del suo versante culturale.

Mi propongo un compito arduo, per molteplici riguardi, doloroso e forse anche spiacevole, per chi se ne fa carico e per chi lo recepisca. Per sua natura, è ovvio, riguarda essenzialmente me stesso, in particolare come Rosminiano che "fa cultura". Ma se, platonicamente, il male è immobile — riduttivo, sterilizzante, ripetitivo —, l'accusarmi di mali di cui mi sappia in qualche modo responsabile non può ridursi ad atto "penitenziale", forse non privo di indiscrezioni e di dannosità, bensí al contrario non può non mettere in luce "piaghe" in qualche modo comuni e forse anche caratterizzanti la "cultura cattolica" nella sua generalità. In tal caso, inevitabilmente, verrebbe in primo piano una sorta di rete di corresponsabilità e di connivenze. Ma ciò che non intendo fare, in quanto negativo e sterile, è qualcosa che comunque partecipi al genere dell'"autocritica", in quanto la giudico una delle forme piú consuete di fuga dalla coscienza integrale da parte di ipocrisie proprie degli spettacolismi culturali. Tento invece di compiere uno degli atti essenziali della cultura in quanto tale — dunque della "cultura cattolica" —, che per lo piú si glissa o si deforma, snaturandolo in una sorta di esame delle coscienze altrui., che oltre tutto è delittuosa contraddizione.

La cultura cattolica non può né sussistere né crescere — e il crescere, a rigore, è il suo sussistere piú proprio — senza l'habitus dell'esame di coscienza. E questo non si può intraprendere né compiere né arricchire senza un altro atto essenziale, che anch'esso deve crescere come habitus dell'intera persona: l’invocazione allo Spirito Santo e la disponibilità alla sua luce e forza. Restiamo al di qua e della cultura e del cattolicesimo se il nostro orizzonte e la nostra fiamma viva non è l'abito del veni creator Spiritus, mediante il quale si rafforzi ed ordini e fecondi la mia frettolosa intelligenza e la mia discontinua o disorientata volontà, affinché risplenda la verità anche degli errori, delle colpe, delle imperfezioni, dei delitti e dei vizi, delle "piaghe" insomma, che culturalmente possono macchiarmi, e che talora posso anche alimentare in me stesso. E siccome le "piaghe" non sono mai isolate, ma a legione, dovrò usare, sempre riguardo a me stesso, plurali affatto antimaiestatici, in quanto implicano complicità e comunanze di errori e colpe con la generalità della cultura e della cattolicità.

Un esame di coscienza autentico e intero, nell’incondizionato amore della verità, non può non dare, tra i suoi frutti, una lucidità serenamente spietata, in nessun modo eccessiva o compiacente o giustificatrice, bensí vigile nell'umiltà piú ardimentosamente spoglia, pronta anche a scorticarsi se ciò è necessario per smascherare senza residui alibi e autogiustificazioni: ma senza né piagnonerie né apocalittismi di sorta, due sintomi inconfondibili di altrettanti alibi fra i piú sottili e pericolosi. Individuare ed evitare questi e altri gravi pericoli sono altrettante condizioni per un buon esame di coscienza culturale. Il quale deve interamente orientarsi, con la massima chiarezza e il piú grande rigore — che di necessità spesso debbono assumere forme anche durissime e apparentemente drastiche all'eccesso —, in rapporto al suo scopo proprio; che non so meglio sintetizzare se non con l'espressione che Rosmini usa nel suo "avvertimento" premesso alle Cinque piaghe della Santa Chiesa: «in edificazione, e non in distruzione»[1].

Mi limito ad un solo altro riferimento a quest'opera, in rapporto a quella che Rosmini diagnostica come la piaga della «insufficiente educazione del Clero»; che oggi forse si dovrebbe determinare, in modo ancor piú drammatico, come crescente ignoranza del clero che costituisce una complicità fondamentale con il crescente imbarbarimento e il saccente imbastardimento della cultura media, nonché dello "spirito di cultura" che si dimostra "normale" nella cattolicità. Non intendo certo, con questa espressione tristemente dura quanto veritiera, cadere nel facile errore di un esame della coscienza altrui, piú o meno compiaciuto di fustigazioni di vizi come il maggiore alibi a vizi propri. Tanto meno intendo omettere la drammaticamente "normale" posizione odierna del problema del "vincolo sacro" fra sacerdozio e laicato. L'anamnesi, la sintomatologia, la prognosi e la terapeutica tracciate da Rosmini sono tali quali soltanto un grande Padre della Chiesa poteva mettere a fuoco, nell'eroica e amorosa sua conoscenza della Chiesa stessa: è diagnosi meravigliosamente e spaventosamente "giovane" di oltre centocinquant'anni e insieme insuperata dalle analisi piú "aggiornate" e magari sociologicamente sofisticate, perché giovane della perennità della Santa Chiesa. La «povertà e la miseria d'idee e di sentimenti — scrive Rosmini — che forma l'apparecchio ed il seme dell'ecclesiastica istituzione moderna, non frutta che Sacerdoti ignari, di ciò che è laicato cristiano, e di ciò che è cristiano sacerdozio, e del vincolo sacro di questo con quello. Tali ministri di petto angustiato, di mente ingrettita, sono poi quelli che, fatti adulti, Sacerdoti e capi delle chiese, educano degli altri Sacerdoti che riescono anco piú fiacchi e piú meschini di essi»[2].

Ritengo necessaria un'ulteriore premessa. Ho reiterato con una certa intenzionale insistenza l'espressione "cultura cattolica", che piú propriamente dovrebbe sostituirsi con quella di "cultura della maggioranza della cattolicità". Debbo precisare che la uso fondamentalmente secondo due accezioni ben distinte e, credo, sempre nettamente distinguibili: la prima è sociologica, cioè significa in sostanza quell'insieme di elementi che in modo indiscriminato per lo piú viene denominato o si autodenomina con tale espressione. La seconda accezione è di importanza maggiore, anche in quanto implica i criteri di giudizio da applicare alla cultura cattolica nella prima accezione. Sintetizzo questa seconda accezione nella seguente tesi rigorosamente "dura": dopo l'Incarnazione di Cristo la cultura nella sua pienezza o è cattolica o non è — e la fede cattolica o è cultura o non è. Se infatti la cultura è, come è, l'itinerario all'interezza della verità, è dunque ascesi a Dio assoluta Verità, e la sua strada maestra è l'universalità del vero e il suo orizzonte è l’integralità dell'uomo nell'ordine metafisico della creazione. L'incondizionato amore alla Verità implica il sacrificio crocifiggente del combattimento dinturno contro ogni forma di riduzione o parzializzazione della verità metafisica, dunque dell'interezza dell'uomo e del mondo come creature, come enti di Dio, perciò metafisicamente sacri e sempre di nuovo da riconsacrare ogni qualvolta disconoscano in qualsiasi modo il proprio e l'altrui essere. Ancora: la cultura è "il" progresso in quanto è "la" storia, itinerante verso la perfetta consacrazione dell'uomo e del mondo tutto. Dunque il suo nemico è ogni forma di distruzione e di scissione; e l'orizzonte paradisiaco della cultura, il suo fine proprio, è la gioia assoluta della pienezza della creazione, la gloria di Dio.

Tali asserzioni, forse «sconvolgenti» per i piú, sono peraltro condizione necessaria ad ogni piú pieno orientarsi. D'altra parte ho semplicemente determinato, con mie povere parole, alcune fondamentali anche per ogni nostro esame di coscienza culturale, formulati in pienezza da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1982: «il dialogo della Chiesa con la cultura del nostro tempo è un compito vitale, nel quale è in gioco il destino del mondo; esiste infatti una dimensione fondamentale che è l'uomo, nella sua integralità. Ora l'uomo vive una vita pienamente umana grazie alla cultura. Esiste un legame organico e costitutivo tra il Cristianesimo e la cultura, con l'uomo quindi, nella sua stessa umanità (...). La sintesi tra cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

In questa chiave, individuo fondamentalmente quattro focolai di altrettante "piaghe", piú o meno purulente, dolorose, pericolose: 1) della divisione e del pacifismo; 2) del riduzionismo e della confusione; 3) della paura e del compromesso; 4) del gioco tragico e della sterilità.

 

 

2. Divisione e pacifismo

 

Ogni qualvolta l'ordine metafisico, ossia l'ordine della creazione, di un ente viene perturbato, da se stesso o da un altro ente, mediante misconoscimenti o negazioni di tale ordine e dunque dell'essenza stessa dell'ente, da tale perturbazione consegue per necessità metafisica un disordine nell'ente stesso e nei suoi rapporti con gli altri enti e dunque un disordine dell'universo tutto degli enti. La logica intrinseca del disordine è la divisione o scissione dell'ente in se stesso e degli enti fra loro; il compimento di tale logica è la distruzione o annichilimento dell'ente e dell'universo degli enti. Questa tesi costituisce il principio metafisico di tutte le divisioni o scissioni — l'opposto o contrario delle "distinzioni" e "differenze" — evidenziabili attraverso quelle dominanti il quadro culturale odierno.

Per lo piú ci limitiamo ad avvertirne e lamentarne solo alcune manifestazioni e conseguenze: perché è incommensurabilmente piú facile che individuarne cause profonde e rimedi sostanziali. Ad esempio, recepiamo quelle divisioni che ci appaiono piú proprie e costitutive delle società odierne, quali le divisioni fra le scienze, all'interno di tutte le forme di lavoro, fra il potere e l'individuo, fra i bisogni e le libertà. Piú propriamente intendo riferirmi alle deformazioni delle distinzioni ed autonomie di ciascuno di tali elementi rispetto agli altri: deformazioni che tendono ad assolutizzare negativamente differenze e autonomie trasformandole appunto in scissioni fra tali elementi stessi, secondo un processo di disintegrazione di un ordine, entro il quale, invece, essi hanno la loro piena positività. Ad esempio: ciascuna scienza in rapporto ordinato di integrazione rispetto a ciascun'altra scienza e all'università organica del sapere; ciascun momento di ciascun lavoro entro l'universo del lavoro, "manuale" o "intellettuale", come progressiva armonizzazione dei rapporti uomo‑natura; ciascun atto di potere come momento di un ordinarsi all'universale bene comune; ciascun bisogno come segno del limite costitutivo e positivo della libertà e condizione della sua integrale attuazione. La cultura predominante nella cattolicità — corruptio optimi pessima — soffre e insieme alimenta, in un drammatico circolo vizioso, forme principali di divisione e nel suo insieme è la proiezione di un uomo scisso piuttosto che non alimento fondamentale dell'unità e integralità della persona.

Tutte le forme "sociali" di divisione risalgono, come alla loro causa prima, a divisioni entro la persona stessa: le divisioni laceranti che ci nutriamo dentro, spesso quasi incoscientemente — dunque con il massimo di irresponsabilità —, oppure coprendole con alibi di schiatta piú o meno nobile. Sono le lacerazioni fra sapere e volere, fra teorico e pratico, fra scienza e sapienza, tra fini e mezzi. Non doverose distinzioni, ma «squartamenti»: che ci trasformano in una ferina guerra totale, contro noi stessi e contro tutti e tutto. Le nostre incoerenze e menzogne rispetto a noi stessi le rigettiamo sulle spalle altrui. Il nostro sport piú praticato e demoralizzante diviene la denuncia e la denigrazione universali, il misconoscimento di ogni bene in ogni situazione o accadimento cosí come nelle altre persone o categorie di persone: tendiamo a superarroccarci, tutti e tutto strumentalizzando, per alimentare non la nostra né tantomeno l'altrui persona, ma i nostri personalismi piú ciecamente egoisti, invidiosi, insaziabili, vendicativi, sacrosanti soprattutto per il santuario della privacy. Partiti, correnti, lobbies, sètte, movimenti, sacrestie, clubs, università, centri e circoli sedicenti cultural‑sociali, tutte queste forme variegate, che "arricchiscono" all'inverosimile il panorama "culturale" odierno, sono, nella maggior parte dei casi, istituzionalizzazioni di quella guerra totale. Il loro reale scopo principale non è infatti né il bene comune, né, dunque, l'incremento delle persone nella loro integralità, ma è il progresso dell'esclusività e dell'esclusione, secondo le leggi della piú belluina concorrenza: a qualsiasi prezzo, a carico della concorrenza, tutto deve diventare exclusiv, e, soprattutto, esclusivamente sotto il mio assoluto controllo, dominio, interesse.

Eliminate tutte le culture "altre", mediante una cultura della pseudoalternativa, unica e dunque planetariamente universale, occorre rafforzarla con l'alibi e la maschera del pacifismo. Forse nessun tempo quanto il nostro megafona tutte le tolleranze e insieme consuma i peggiori fanatismi. Le pseudoalternative sono quelle stesse che esplodono all'interno delle divisioni nella persona: ad esempio, o la mia assoluta libertà, o Dio; o il piacere illimitato, o le repressioni del dovere o della legge o del potere. Le culture "alternative" sono quelle che non accettano tali alternatività e ne smascherano la falsità e distruttività. La istituzionalizzazione della guerra totale si erge cosí a somma garanzia del congelamento di tutte le destabilizzazioni e soprattutto delle altre forme di guerra "scoperta" e "irrazionale": la "pace universale" può essere garantita solo dall'eliminazione di tutte le alternative e dunque dall'eliminazione della possibilità stessa delle pseudoalternative, considerate fomiti di tutte le guerre del "passato". Cosí ci si limita ad eliminare come irrazionale un termine in favore del termine "razionale" in quanto calcolato con il criterio della massima mia singola piacevole libertà.

La conseguenza piú rilevante, e necessaria, di tali dinamiche è la dispersione e la sterilizzazione della "società cristiana", con l'infinita ricchezza dei suoi valori. Causa prima fondamentale, piuttosto che ulteriore conseguenza, di tale situazione essenzialmente autodissolutoria, è la storica esplosione, nella contemporaneità, dei variegati comunismi e libertarismi. Cause ed effetti che si moltiplicano a vicenda nella direzione dell'assassinio della famiglia, che a sua volta provoca stragi e genocidi attraverso l’autodissoluzione degli stessi comunismi e statalismi. Il che ad oggi sembra capace, nel ‘migliore’ dei casi, dell'immane partus masculus del "modello" — nemmeno piú "ideale" — del single, l'ultimo grido del piú corrotto consumismo.

Di questa natura è il fine evidente e coerente della prima "piaga": la divisione-negazione, sistematicamente universalizzata a tutti i livelli — operazione tipicamente satanica — realizza il miraggio, dunque la maligna radicale illusione, di una piú o meno illuministica "pace perpetua", al prezzo dell'annullamento morbido di tutte le idee — del pensiero stesso —, come la matrice della storia, fino allo sgretolamento dei suoi cascami, come le ideologie, dichiarate non piú "funzionali", nonché le teorie economiche e sociali che comunque residuino anche sentori di universalità concreta. Pseudouniversalità fondano cosí una pseudopace planetaria, realizzabile, ma con consistenza e valore non piú profondi né piú seri e fecondi di quelli soggiacenti ad esempio in due compagni di "parte" o in due industriali o in due accademici — specie se "cattolici" — i quali, dopo essersi dilaniati, piú o meno proditoriamente, per inestinguibili invidie e rivalità, si contattano come amiconi, aspettando solo di girar l'angolo per rafforzare, ciascuno per sé, l'unico nuovo regime, quello dell’idioteia, del "particulare" puramente "privato", che considera il bene comune tutt'al piú al livello del qualsiasi ipotetico altro "affare", quindi per scartarlo come il meno redditizio o il piú dannoso e irrazionale degli affari.

 

 

3. Riduzionismo e confusione

 

La saggezza stoica sapeva meglio dell'oggi che chi ha un vizio li ha un poco tutti, cosí come ha tutte le virtú colui il quale ne abbia veramente una. Cosí la prima "piaga" genera a catena le altre, e piú o meno manifestamente vi s'accompagna, e l'alleanza di tutte le approfondisce tendendo a renderle croniche. Pertanto, diagnosticata la prima, le altre sono piú facilmente smascherate.

Il disordine metafisico è infatti, inevitabilmente, il principio anche della seconda "piaga", quella del riduzionismo e della confusione. L'unità, l'unione, l'armonia della persona, dunque fra le persone e i popoli, è virtú somma, dunque ardua: perché è frutto essenzialmente dell’amore di Dio e dell'unione con Dio — che si possono negare o, accolti come il dono massimo, crocifiggono nell'impegno massimo —, su cui unicamente possono fondarsi i principi sommi sia delle scienze tutte sia della sapienza, cioè delle forme culminanti della persona nella sua unità armonica di teoria o di contemplazione e di scelta o azione, di singolarità e di universale comunità. Proprio per ciò niente è piú seducente della qualsiasi riduzione dell'assolutezza dei principi in quanto tali: niente piú alletta l'ignavia e l'inerzia dell'intelligenza e della volontà quanto il qualsiasi sconto su quell'assolutezza. Ma lo sconto esige per giunta d'essere giustificato e meritato, indossando paludamenti pacifisti ora della tolleranza ora dell'interdisciplinarità ora delle crociate antiemarginazione: tutte facce dell'unico nominalismo, la cui sola faccia è la maschera di scetticismi e relativismi piú o meno soddisfatti della propria miserabile rinunzia all'amore della verità, mal sostituito da saltuari, o incancreniti, amorazzi mercenari, attivi e passivi. Ogni sconto sull'assolutezza dei principi metafisici ha come prezzo e frutto confusioni in rapporto ai principi e dunque fra i principi stessi. Mi limito a pochi cenni esemplificativi.

Che la cultura tenda sempre piú ampiamente a ridursi a moda‑mercato, sino a forme dilaganti di anticultura e di acultura, di barbarie piú o meno sofisticate[3], consegue di necessità alla rete di riduzioni che si organizza in sistemi di riduzione. Entro questa tendenza, la filosofia si riduce a sociologia, dopo essersi ridotta a storia, avendo ridotto nominalisticamente la sua essenza di teoria fondativa dei principi primi fino a identificarsi con registrazioni di fenomeni contemporanei e di moda, entro il gran pascolo dei sentimenti soggettivi. La religione, a sua volta, tende a ridursi a religiosità e questa a flusso di sentimenti soggettivi, la cui dinamica di necessità sbocca nella confusione piú profonda dell'indifferentismo delle pseudoalternative fra istantanei emergere ora di un "mi importa" o "mi va" ora di un "non mi importa" o "non mi va", al livello che non a caso è alimentato e sfruttato dalle innumerevoli forme di pubblicità, di sollecitazioni e composizioni interessate di "interessi". Analogamente, l'arte si riduce ad arbitri piú o meno scandalizzanti, purché si venda; la sociologia a statistica, cosí se la sbriga l’"intelligenza artificiale" — la nuova intelligenza "soprannaturale" —, che mi rende innumerevoli volte di piú della qualsiasi intelligenza; e la statistica si riduce a irrazionale computerizzazione — infatti: per quali fini? con quali criteri si modula? — di "dati", per gli stessi motivi e con risultati ulteriormente ridotti quanto a raggio e significato.

Nel modo piú sintetico: l'intelligenza metafisica, ridotta a sistema della stupidità seducente "brillante" delle sue sollecitazioni sempre piú ristrette, genera sistemi della confusione fondati su sistemi della riduzione. E dà luogo a questa catena — crescentemente schiavizzante — di generazioni: la teologia si riduce ad antropologia, l'antropologia a psicologia, la psicologia a biologia, la biologia a chimica, la chimica a fisica, come matematizzazione, la matematica a tecniche di computo, la politica a economia, l'economia a giochi di potere, le scienze tutte a linguaggi statistici, il linguaggio a gioco nominalistico, la libertà ad arbitrio da non punire ma da stimolare, la felicità ai giochi dell'effimero, il bene comune a sistemi di connivenze, la pace a prolungamento indeterminato della riduzione e della confusione e della riduzione come sistematicamente normalizzati. Il suo esito coerentemente necessario è la distruzione a catena. La simulazione della pace è dunque forzata da se stessa a moltiplicare "giornate" di "feste", sotto alibi di "memorie" e di "emergenze", sino a rendere eccezionali tutti gli impegni, del lavoro come della contemplazione, dell'autentica festa che non sia perciò vacanza, ossia vuotezza e distrazione: sino ad avvolgere in modo stringente ogni atto della creatività dell'intelligenza e dell'amore entro il mondializzato ciclo continuo del tour dello spettacolo‑mercato, generalizzando le "lasvegas" come tecnologizzati "paesi dei balocchi", le fiere delle confusioni piú immediatamente allettanti. La prima e principale vittima ne è la persona stessa, che si riduce e viene ridotta a rottame di confusioni, la cui residua coscienza scola le sue deiezioni tanto nelle cosiddette crisi di identità quanto nei vari allucinogeni piú o meno "culturali", esasperazioni delle illusioni piú catastroficamente ingannatrici.

Lo si riconosca o piaccia, o tutt'al contrario, di questa "piaga" la responsabilità prima, diretta o indiretta, grava sulle spalle della "cultura cattolica", che piú ha avuto e alla quale dunque piú è chiesto. In quanto da secoli si è "liberata" della strada maestra dell'intelligenza metafisica, ossia della metafisica e della coerenza intera, della tensione e recezione in rapporto alla Via Verità Vita, perciò sempre piú "normalmente" perdendo la "sinderesi — nel senso piú proprio —, riducendosi a tentare scorciatoie, vicoli, sentieri piú o meno vaganti o interrotti, non per ampliare orizzonti e intensificare impegni, ma sotto uzzoli da piú o meno miserabili machiavellismi, che fruttificano amarezze sempre piú ripugnanti e inquinanti. La radice fondamentale, nella modernità, di tali vagabondanti diversivi è l'irrazionalismo velleitario di Lutero, e delle conseguenti "riforme" e "rivoluzioni". I frutti principali, oggi, sono i domini planetari di forme del naturalismo razionalisteggiante neopagano partorite dallo scientismo a sua volta normalizzato. In questo senso lo scientismo, padre dei gemelli­"battezzati" Secolarismo e Teosofismo, è il sistema dell’odio occulto dell'integralità della persona, che dunque deve mascherarsi di forme teurgico‑iniziatiche — donde i "riti" i "linguaggi" le "feste" entro le diversificate ma necessariamente alleate lobbies degli "specialismi" —, a loro volta grottescamente ridotte, ma redditiziamente, dalla dittatura della moda‑mercato.

Limitandoci al panorama italico, per lo piú si omette o si maschera la matrice principale dell’«unità» dell’Italia: l’utopismo massonico occultamente alleato con l’utopismo socialistico, al quale ha spalancato le porte l'avanzato indebolimento spirituale, culturale, storico di tanto clero, nonché della residua monarchia, spazzatine via, con il "potere temporale", gli ultimi cascami, per far "decollare" l'Italia, ma in senso doppio. La normalizzazione di tale percorso è talmente sotto gli occhi di tutti che forse ben pochi lo riconoscono — o ne additano magagne e pericolosità — ad esempio nel plauso spesso "corale" della "cultura" alla sua massima eccezione concentrata nell'insegnamento del Capo della Santa Chiesa, plauso che troppo spesso è facile alibi al far sempre piú sorde orecchie da mercante al suo sommo magistero. Sicché tale "alta cultura" sempre piú si allontana, anziché approssimarvisi, a quel discorso pieno e persuasivo che si rivolge non «solo ad una parte dell'uomo, ma a tutto l'uomo», spesso divertendosi col can per l'aia, partorendone prezzolati scritti «senza spirito, senza principj, senza eloquenza e senza metodo», come scrive Rosmini, leggendo l'oggi piú attuale[4].

 

 

4. La paura e il compromesso

 

O si vive di amore o si muore di paura: lo stesso timore di Dio è superato nell'amore di Dio, mediante il Crocifisso Risorto. La cultura dei cattolici, oggi — un oggi plurisecolare — è profondamente condizionata dalla paura[5]. Essa per lo piú si manifesta come paura degli "avversari" piuttosto che dell'Avversario, e in genere delle tendenze maggioritarie, non importa se reali o fittizie: in realtà di tratta di paura di se stessa che si rimpalla sugli avversari, sempre piú irrobustendoli e indebolendosi: perché si sa, dunque sempre piú di rado è disposta ad ammetterlo, slittante per compromessi fino al rifiuto dell'Assoluto Verità, dunque dell'Incarnato Risorto, della Libertà come frutto sanguinante della Cro­ce. E quanto meno si accusa di tale rovinosa "piaga" tanto piú si ubriaca delle libertà, quelle dei capogiri e disorientamenti. Si ripete, immobile, la "scena" originaria: la cultura di tanti "autorevoli" cattolici, con­sumati i riti di glissamento del Verbo Figlio di Dio, cercano di nascondere le proprie vergogne, con i compromessi vigliaccamente e malamente adornandole, aggiustandosi la Legge di Dio come legge del mondo e legandovisi mani e piedi, testa e cuore. Di conseguenza la sua paura cresce anziché allentarsi, e proporzionalmente descresce la sua forza. La verità, tradita, esige la croce: la croce, rifiutata, si rovescia addosso come groviglio di croci sempre piú pesanti. Quando in Pietro è prevalsa la paura — di fronte a Cristo — o stava affogando o stava rinnegando e spergiurando. Il «non abbiate paura» (Matteo 10, 26), fortemente vessillato da Giovanni Paolo II sin dall'inizio del suo Pontificato, diviene esortazione nominalistica e vana per chi rilutta a percorrere l'unica strada che ne libera, quella della gioia sanguinante della croce, della carità misericorde invocata e consumata.

Ma, omessa la strada maestra, che è la strada stretta, la paura si può solo mascherare, per farla rendere, per lo meno a "cedole" mensili, nella "professione", che si riduce a quella della società palustre della viscida vigliaccheria e ignavia, che compera, a qualsiasi prezzo, per i suoi piedi affondanti, le stampelle che gli offre colui del quale ha piú paura, il "mondo": un prezzo mefistofelico che in ogni caso partecipa della tracotanza del compromesso sulla verità. Arrembato a queste pur incerte palafitte — la "nuova" civiltà della tecnocrazia! —, in forza dell'alleanza non proprio santa ma in compenso piú dorata, tutto le è consentito e legittimato: eccetto cercare e dire la verità intera: eccetto il farsi verità. La forza degli avversari cresce dunque in ragione della nostra debolezza e infingardaggine: e che almeno la si indori! Alla violenza alla verità conseguono tutte le forme di violenza, palesi od occulte: ce ne facciamo i complici primi e piú stupidi anche perché le prime vittime. Ma, piaccia o meno, una la lo­gica: nemmeno i piú grandi imperi sono mai caduti per la forza degli avversari, ma per il proprio indebolimento per corruzione.

Tuttavia per lo piú e piú facilmente optiamo per la pervicacia nel­l'irrobustire le impalcature dei sistemi di compromesso, immergendoci nella "legge del mondo", perfezionandoci nelle sue scienze tecniche arti del mimetismo ed opportunismo: progredendo, ma nella distruzione morbida di tutto ciò che è perenne, o anche ne abbia sentore. Il compromesso è lo schiavo ideale di tutte le mode, per loro natura contrastanti e insieme cospiranti, in quanto obbediscono alla piú miope irrazionalità sensualista: e, insieme, ne è l'ideale vittima. La cultura che si riduce a sistema di prostituzione spirituale, attiva e passiva, può solo ingigantire la paura: sino alla paura del qualsiasi "domani", al quale si fa impotente, distruggendolo, già col fingerlo miopemente non degno dei suoi "interessi", "urgenti" e "attuali".

 

 

4. Il gioco tragico e la sterilità

 

Ogni qualvolta osiamo per giunta lamentarci, o piangiucchiare, riguardo a nostre presunte o realissime emarginazioni, se con ciò copriamo ulteriormente anzitutto a noi stessi d'esserne i primi e principali responsabili, possiamo solo continuare ad affondare nelle loro sabbie mobili. È assai meglio scegliere, se necessario nel modo piú duro e pesante, il nascondimento fino all'anonimità, purché instancabilmente costruttivo. Infatti anche solo sfilacciature di prostituzione spirituale generano effetti bastardi, e, quanto piú essa si estende — con dinamiche globalizzanti che simulano la "cattolicità", ossia universalità del vero — tanto piú partoriscono sterilità, nel tragico gioco della confusione interessata.

Per restare ancora a qualche esempio italiano. Perché l'autenticità della cultura cattolica, quanto piú tale, tanto piú è silenziata o molteplicemente deformata dalla quasi totalità — rarissime le "mosche bianche", che paiono in estinzione — dai mass media? Perché non esistono né giornali né editori, almeno veramente nazionali, se non internazionali — quanti cattolici considerano infatti «L’Osservatore Romano» come “quotidiano” e senza pari eccellente? — che, anziché tradurre e veicolare l'autenticità della cultura cattolica, quando si scomodano a voltarsi in questa direzione normalmente non esprimono — o solo minimamente — o l'autentica cultura o l'autentico cattolicesimo, ossia quasi sempre né l'uno né l'altro? In realtà è questa un'ovvia conseguenza del fatto che non esiste la società cattolica, ma solo isole, spesso insufficientemente consapevoli d'esser pietre vive dell'unico Corpo e ben poco faticanti per divenirlo pienamente. In questi "normali" casi, cultura e cattolicesimo si sono ridotti a loro miserevoli maschere e residui, specialmente quando per primi i "responsabili cattolici" si fanno correi, per debolismo o inerzia quando non per secondi fini, della moltiplicazione delle congiure del silenzio e della denigrazione, talvolta illudendosi di analgesizzare delitti planetari come ingiustizie legalizzate, divorzio, contraccezione, aborto, eutanasia, droga, genocidi e fame: il sistema delittuoso organizzatissimo e progredientissimo che non "prepara" ma già costituisce la terza guerra mondiale, o l'unica in diverse fasi dai primi del '900 ad oggi, quella "profetata" da Nietzsche.

È dunque principalmente il discidium inter Evangelium et culturam, che nel '75 è stato denunziato dal Papa in modo drammaticissimo, la radice del gioco tragico dell'emergente cultura dei cattolici. Che perciò è dominata da ateismo pratico, tranquillizzato come agnosticismo avvolto in sentori di sacrestia, e al quale basta solo frizionarsi, anzitutto nelle "occasioni pubbliche", con prelati e clericali, per deodorarsi ai nasi ai quali piú tengono. Una siffatta "cultura" — anticultura e acultura[6] —, specialmente da quando la contemporaneità si è proclamata, nelle sedi piú "autorevoli" e senza provocare alcun battito di cigli, anticristiana o acristiana, super partes, pur di evitare le nuove catacombe, realtà che si sono straordinariamente moltiplicate appunto dall'inizio del '900[7], cerca in qualche modo di far affari con quella che ritiene l'unica realistica alternativa alle catacombe, nonché storicamente necessaria, ossia con il grido del mercato, come le gazzette, sempre l'ultimo e già quello di un ieri dai cui detriti liberarci al piú presto. Gli esiti non si limitano perciò ad essere tragici, ma, insieme, sono grotteschi, da crocefissione subita con la piú odiante riluttanza.

Una delle cause principali di tali effetti è l'universale dissoluzione storica del principio dell'omnis potestas a Deo, conseguente alla dissoluzione della concezione della persona come creata a immagine e somiglianza di Dio e perciò essa stessa diritto ontologico primo, divino fondamento — e l'unico fondamento propriamente tale — di ogni umana legislazione che ne derivi determinandolo. Quest'ordine di dissoluzioni ha percorso la strada larga di molte, ormai sedicenti, democrazie. Le quali, in verità, di fatto danno ragione piena alla piú antica diagnosi delle degenerazioni della democrazia autentica — tale solo se positivamente utopica —, che la individua come il «sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene»; definizione non certo sospetta, quanto meno perché "giovane" da duemilaquattrocento anni. Quel sistema, continua lo stesso anonimo greco, per il quale nelle assemblee «può levarsi a parlare qualunque ceffo e perciò perseguire l'utile suo e dei suoi simili»[8]. E ciascuno badi a spazzare il proprio uscio. Peraltro è sistema che come forse pochi traduce la "legge del mondo": se, ad esempio, millequattrocento anni dopo, in tutt'altro contesto, Simeone il Nuovo Teologo osserva che vengono onorati come maestri — noi diremmo "protagonisti" della cultura o maîtres-à-penser — coloro che simulano virtú — il che oggi è per lo piú controproducente, e fruttificano solo chiacchiere boriose — e questo resta perennemente necessario per il "mondo".

L'alternativa a queste e altre "piaghe" può essere solo radicale: o la legge di Dio Incarnato, come la strada maestra della cultura come pienezza dell'uomo, o il labirinto talvolta captante ma sempre radicalmente triste e sterile della "legge del mondo". Abbracciare la prima alternativa — non lo sappiamo mai interamente — comporta anzitutto la persuazione totale che nessun atto di intelligenza né di volontà, dunque nessuna forma di cultura, è possibile nel modo piú pieno senza lo Spirito Santo, dunque senza la grazia e la grazia sacramentale: senza la nostra incarnazione nel Corpo mistico della Santa Chiesa. La conoscenza amativa non è affatto una semplice immagine, ma è realtà essenziale. Comporta la persuasione assoluta che ogni atto e operazione culturale, ogni laborare, che non sia intrinsecamente e integralmente croce e gloria a Dio, è apparenza sterile, soprattutto storicamente. La storia infatti è progresso solo in quanto consecratio mundi: in quanto è farsi verità da parte della persona. Ogni orare che non sia intrinsecamente e totalmente il laborare — e viceversa — dell'intera persona, creata crocifissa ricreataperciò in verità è flatus vocis, fantasma mentale e alibi spirituale.

 

 



[1] A. Rosmini, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, a cura di A. Valle, vol. 56 dell'Ed. Naz. Critica, Città Nuova, Roma, 19982, p. 44.

[2] Ib., p. 69.

[3] Rinvio al mio La barbarie civilizzata, Marsilio, Venezia, 19882.

[4] A. Rosmini, Op. cit., pp. 67 e 89.

[5] Ritrovo interamente questi giudizi nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali pronunciato da Giovanni Paolo II il 24 gennaio 2004. Cfr. I complessi. di inferiorità (1959), in G. Siri, Il Sacerdozio cattolico, Giardini, Pisa, 1983, pp. 163‑200 (Opere, vol. V).

Ho redatto la quasi totalità di questo intervento il 9 e 10 aprile 1988, per una conferenza: mi è capitato tra mano in concomitanza con la mia forzata assenza all’importante riunione romana degli Ascritti, dell'ottobre del 2003: se vi fossi intervenuto attivamente avrei toccato alcuni di questi problemi.

[6] Si veda l’attualissimo Filosofia e antifilosofia (Marzorati, Milano, 19712, vol. XXVIII delle “Opere complete”), opera nella quale Sciacca ha raccolto le lezioni tenute nel I Corso della «Cattedra Rosmini» (1967).

[7] Si veda il volume di Alberto Caturelli, La Iglesia Católica y las catacumbas de hoy, Almenas, Buenos Aires, 1974.

[8] Il testo dal quale ho tratto le due citazioni. è l’Athenaion Politeia, brevissimo scritto già attribuito, discutibilmente, a Tucidide, probabilmente redatto entro gli anni 429‑424 a. C. Mi valgo della sua traduzione a cura e con commento di Luciano Canfora: La democrazia come violenza, Sellerio, Palermo, 19864, pp. 15 e 17. Un testo al quale sono facilmente e non paradossalmente accostabili le considerazioni di Rosmini sul "dispotismo delle maggioranze", per le quali si può vedere la mia antologia Rosmini, l'ordine del sapere e della società, Città Nuova, Roma, 1997, pp. 201-203.