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Piaghe della cultura
cattolica
par Pier Paolo
Ottonello
Professeur de philosophie à
l'Université de Gênes, doyen du Disspe,
dir. de Filosofia oggi, Riv.
rosm. di filosofia, Studi Europei et Studi Sciacchiani
1. Premessa
Alla vigilia di due importanti
contigue ricorrenze — il 150° dalla morte di Rosmini e i cent'anni della
"Rivista Rosminiana" — è essenziale assumerle anzitutto come
occasioni di "esame di coscienza". Ne sintetizzo alcune linee del suo
versante culturale.
Mi propongo un compito
arduo, per molteplici riguardi, doloroso e forse anche spiacevole, per chi se
ne fa carico e per chi lo recepisca. Per sua natura, è ovvio, riguarda
essenzialmente me stesso, in particolare come Rosminiano che "fa
cultura". Ma se, platonicamente, il male è immobile — riduttivo,
sterilizzante, ripetitivo —, l'accusarmi di mali di cui mi sappia in qualche
modo responsabile non può ridursi ad atto "penitenziale", forse non
privo di indiscrezioni e di dannosità, bensí al contrario non può non mettere
in luce "piaghe" in qualche modo comuni e forse anche caratterizzanti
la "cultura cattolica" nella sua generalità. In tal caso,
inevitabilmente, verrebbe in primo piano una sorta di rete di corresponsabilità
e di connivenze. Ma ciò che non intendo fare, in quanto negativo e sterile, è
qualcosa che comunque partecipi al genere dell'"autocritica", in
quanto la giudico una delle forme piú consuete di fuga dalla coscienza
integrale da parte di ipocrisie proprie degli spettacolismi culturali. Tento
invece di compiere uno degli atti essenziali della cultura in quanto tale —
dunque della "cultura cattolica" —, che per lo piú si glissa o si
deforma, snaturandolo in una sorta di esame delle coscienze altrui., che oltre
tutto è delittuosa contraddizione.
La cultura cattolica non
può né sussistere né crescere — e il crescere, a rigore, è il suo sussistere
piú proprio — senza l'habitus
dell'esame di coscienza. E questo non si può intraprendere né compiere né
arricchire senza un altro atto essenziale, che anch'esso deve crescere come habitus dell'intera persona:
l’invocazione allo Spirito Santo e la disponibilità alla sua luce e forza.
Restiamo al di qua e della cultura e del cattolicesimo se il nostro orizzonte e
la nostra fiamma viva non è l'abito del veni
creator Spiritus, mediante il quale si rafforzi ed ordini e fecondi la mia
frettolosa intelligenza e la mia discontinua o disorientata volontà, affinché
risplenda la verità anche degli errori, delle colpe, delle imperfezioni, dei
delitti e dei vizi, delle "piaghe" insomma, che culturalmente possono
macchiarmi, e che talora posso anche alimentare in me stesso. E siccome le
"piaghe" non sono mai isolate, ma a legione, dovrò usare, sempre
riguardo a me stesso, plurali affatto antimaiestatici, in quanto implicano
complicità e comunanze di errori e colpe con la generalità della cultura e
della cattolicità.
Un esame di coscienza
autentico e intero, nell’incondizionato amore della verità, non può non dare,
tra i suoi frutti, una lucidità serenamente spietata, in nessun modo eccessiva
o compiacente o giustificatrice, bensí vigile nell'umiltà piú ardimentosamente
spoglia, pronta anche a scorticarsi se ciò è necessario per smascherare senza
residui alibi e autogiustificazioni: ma senza né piagnonerie né apocalittismi
di sorta, due sintomi inconfondibili di altrettanti alibi fra i piú sottili e
pericolosi. Individuare ed evitare questi e altri gravi pericoli sono
altrettante condizioni per un buon esame di coscienza culturale. Il quale deve
interamente orientarsi, con la massima chiarezza e il piú grande rigore — che
di necessità spesso debbono assumere forme anche durissime e apparentemente
drastiche all'eccesso —, in rapporto al suo scopo proprio; che non so meglio
sintetizzare se non con l'espressione che Rosmini usa nel suo "avvertimento"
premesso alle Cinque piaghe della Santa
Chiesa: «in edificazione, e non in distruzione»[1].
Mi limito ad un solo
altro riferimento a quest'opera, in rapporto a quella che Rosmini diagnostica come
la piaga della «insufficiente educazione del Clero»; che oggi forse si dovrebbe
determinare, in modo ancor piú drammatico, come crescente ignoranza del clero
che costituisce una complicità fondamentale con il crescente imbarbarimento e
il saccente imbastardimento della cultura media, nonché dello "spirito di
cultura" che si dimostra "normale" nella cattolicità. Non
intendo certo, con questa espressione tristemente dura quanto veritiera, cadere
nel facile errore di un esame della coscienza altrui, piú o meno compiaciuto di
fustigazioni di vizi come il maggiore alibi a vizi propri. Tanto meno intendo
omettere la drammaticamente "normale" posizione odierna del problema
del "vincolo sacro" fra sacerdozio e laicato. L'anamnesi, la sintomatologia,
la prognosi e la terapeutica tracciate da Rosmini sono tali quali soltanto un
grande Padre della Chiesa poteva mettere a fuoco, nell'eroica e amorosa sua
conoscenza della Chiesa stessa: è diagnosi meravigliosamente e spaventosamente
"giovane" di oltre centocinquant'anni e insieme insuperata dalle
analisi piú "aggiornate" e magari sociologicamente sofisticate,
perché giovane della perennità della Santa Chiesa. La «povertà e la miseria
d'idee e di sentimenti — scrive Rosmini — che forma l'apparecchio ed il seme
dell'ecclesiastica istituzione moderna, non frutta che Sacerdoti ignari, di ciò
che è laicato cristiano, e di ciò che è cristiano sacerdozio, e del vincolo
sacro di questo con quello. Tali ministri di petto angustiato, di mente
ingrettita, sono poi quelli che, fatti adulti, Sacerdoti e capi delle chiese,
educano degli altri Sacerdoti che riescono anco piú fiacchi e piú meschini di
essi»[2].
Ritengo necessaria
un'ulteriore premessa. Ho reiterato con una certa intenzionale insistenza
l'espressione "cultura cattolica", che piú propriamente dovrebbe
sostituirsi con quella di "cultura della maggioranza della
cattolicità". Debbo precisare che la uso fondamentalmente secondo due
accezioni ben distinte e, credo, sempre nettamente distinguibili: la prima è
sociologica, cioè significa in sostanza quell'insieme di elementi che in modo
indiscriminato per lo piú viene denominato o si autodenomina con tale
espressione. La seconda accezione è di importanza maggiore, anche in quanto
implica i criteri di giudizio da applicare alla cultura cattolica nella prima
accezione. Sintetizzo questa seconda accezione nella seguente tesi
rigorosamente "dura": dopo l'Incarnazione di Cristo la cultura nella
sua pienezza o è cattolica o non è — e la fede cattolica o è cultura o non è.
Se infatti la cultura è, come è, l'itinerario all'interezza della verità, è
dunque ascesi a Dio assoluta Verità, e la sua strada maestra è l'universalità
del vero e il suo orizzonte è l’integralità dell'uomo nell'ordine metafisico
della creazione. L'incondizionato amore alla Verità implica il sacrificio
crocifiggente del combattimento dinturno contro ogni forma di riduzione o
parzializzazione della verità metafisica, dunque dell'interezza dell'uomo e del
mondo come creature, come enti di Dio, perciò metafisicamente sacri e sempre di
nuovo da riconsacrare ogni qualvolta disconoscano in qualsiasi modo il proprio
e l'altrui essere. Ancora: la cultura è "il" progresso in quanto è
"la" storia, itinerante verso la perfetta consacrazione dell'uomo e
del mondo tutto. Dunque il suo nemico è ogni forma di distruzione e di
scissione; e l'orizzonte paradisiaco della cultura, il suo fine proprio, è la
gioia assoluta della pienezza della creazione, la gloria di Dio.
Tali asserzioni, forse
«sconvolgenti» per i piú, sono peraltro condizione necessaria ad ogni piú pieno
orientarsi. D'altra parte ho semplicemente determinato, con mie povere parole,
alcune fondamentali anche per ogni nostro esame di coscienza culturale,
formulati in pienezza da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1982: «il dialogo della
Chiesa con la cultura del nostro tempo è un compito vitale, nel quale è in
gioco il destino del mondo; esiste infatti una dimensione fondamentale che è
l'uomo, nella sua integralità. Ora l'uomo vive una vita pienamente umana grazie
alla cultura. Esiste un legame organico e costitutivo tra il Cristianesimo e la
cultura, con l'uomo quindi, nella sua stessa umanità (...). La sintesi tra
cultura e fede non è solo un'esigenza della cultura, ma anche della fede. Una
fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente
pensata, non fedelmente vissuta».
In questa chiave,
individuo fondamentalmente quattro focolai di altrettante "piaghe",
piú o meno purulente, dolorose, pericolose: 1) della divisione e del pacifismo;
2) del riduzionismo e della confusione; 3) della paura e del compromesso; 4)
del gioco tragico e della sterilità.
2. Divisione
e pacifismo
Ogni qualvolta
l'ordine metafisico, ossia l'ordine della creazione, di un ente viene
perturbato, da se stesso o da un altro ente, mediante misconoscimenti o
negazioni di tale ordine e dunque dell'essenza stessa dell'ente, da tale
perturbazione consegue per necessità metafisica un disordine nell'ente stesso e
nei suoi rapporti con gli altri enti e dunque un disordine dell'universo tutto
degli enti. La logica intrinseca del disordine è la divisione o scissione
dell'ente in se stesso e degli enti fra loro; il compimento di tale logica è la
distruzione o annichilimento dell'ente e dell'universo degli enti. Questa tesi
costituisce il principio metafisico di tutte le divisioni o scissioni —
l'opposto o contrario delle "distinzioni" e "differenze" —
evidenziabili attraverso quelle dominanti il quadro culturale odierno.
Per lo piú ci limitiamo
ad avvertirne e lamentarne solo alcune manifestazioni e conseguenze: perché è
incommensurabilmente piú facile che individuarne cause profonde e rimedi
sostanziali. Ad esempio, recepiamo quelle divisioni che ci appaiono piú proprie
e costitutive delle società odierne, quali le divisioni fra le scienze,
all'interno di tutte le forme di lavoro, fra il potere e l'individuo, fra i
bisogni e le libertà. Piú propriamente intendo riferirmi alle deformazioni
delle distinzioni ed autonomie di ciascuno di tali elementi rispetto agli
altri: deformazioni che tendono ad assolutizzare negativamente differenze e
autonomie trasformandole appunto in scissioni fra tali elementi stessi, secondo
un processo di disintegrazione di un ordine, entro il quale, invece, essi hanno
la loro piena positività. Ad esempio: ciascuna scienza in rapporto ordinato di
integrazione rispetto a ciascun'altra scienza e all'università organica del
sapere; ciascun momento di ciascun lavoro entro l'universo del lavoro,
"manuale" o "intellettuale", come progressiva
armonizzazione dei rapporti uomo‑natura; ciascun atto di potere come
momento di un ordinarsi all'universale bene comune; ciascun bisogno come segno
del limite costitutivo e positivo della libertà e condizione della sua
integrale attuazione. La cultura predominante nella cattolicità — corruptio optimi pessima — soffre e
insieme alimenta, in un drammatico circolo vizioso, forme principali di
divisione e nel suo insieme è la proiezione di un uomo scisso piuttosto che non alimento fondamentale dell'unità e
integralità della persona.
Tutte le forme
"sociali" di divisione risalgono, come alla loro causa prima, a
divisioni entro la persona stessa: le divisioni laceranti che ci nutriamo
dentro, spesso quasi incoscientemente — dunque con il massimo di
irresponsabilità —, oppure coprendole con alibi di schiatta piú o meno nobile.
Sono le lacerazioni fra sapere e volere, fra teorico e pratico, fra scienza e
sapienza, tra fini e mezzi. Non doverose distinzioni, ma «squartamenti»: che ci
trasformano in una ferina guerra totale, contro noi stessi e contro tutti e
tutto. Le nostre incoerenze e menzogne rispetto a noi stessi le rigettiamo
sulle spalle altrui. Il nostro sport piú praticato e demoralizzante diviene la
denuncia e la denigrazione universali, il misconoscimento di ogni bene in ogni
situazione o accadimento cosí come nelle altre persone o categorie di persone:
tendiamo a superarroccarci, tutti e tutto strumentalizzando, per alimentare non
la nostra né tantomeno l'altrui persona, ma i nostri personalismi piú
ciecamente egoisti, invidiosi, insaziabili, vendicativi, sacrosanti soprattutto
per il santuario della privacy.
Partiti, correnti, lobbies, sètte, movimenti, sacrestie, clubs, università,
centri e circoli sedicenti cultural‑sociali, tutte queste forme
variegate, che "arricchiscono" all'inverosimile il panorama
"culturale" odierno, sono, nella maggior parte dei casi,
istituzionalizzazioni di quella guerra totale. Il loro reale scopo principale
non è infatti né il bene comune, né, dunque, l'incremento delle persone nella
loro integralità, ma è il progresso dell'esclusività e dell'esclusione, secondo
le leggi della piú belluina concorrenza: a qualsiasi prezzo, a carico della
concorrenza, tutto deve diventare exclusiv,
e, soprattutto, esclusivamente sotto il mio assoluto controllo, dominio,
interesse.
Eliminate tutte le
culture "altre", mediante una cultura della pseudoalternativa, unica
e dunque planetariamente universale, occorre rafforzarla con l'alibi e la
maschera del pacifismo. Forse nessun tempo quanto il nostro megafona tutte le
tolleranze e insieme consuma i peggiori fanatismi. Le pseudoalternative sono
quelle stesse che esplodono all'interno delle divisioni nella persona: ad
esempio, o la mia assoluta libertà, o Dio; o il piacere illimitato, o le
repressioni del dovere o della legge o del potere. Le culture
"alternative" sono quelle che non accettano tali alternatività e ne
smascherano la falsità e distruttività. La istituzionalizzazione della guerra
totale si erge cosí a somma garanzia del congelamento di tutte le
destabilizzazioni e soprattutto delle altre forme di guerra
"scoperta" e "irrazionale": la "pace universale"
può essere garantita solo dall'eliminazione di tutte le alternative e dunque
dall'eliminazione della possibilità stessa delle pseudoalternative, considerate
fomiti di tutte le guerre del "passato". Cosí ci si limita ad
eliminare come irrazionale un termine in favore del termine
"razionale" in quanto calcolato con il criterio della massima mia
singola piacevole libertà.
La conseguenza piú
rilevante, e necessaria, di tali dinamiche è la dispersione e la
sterilizzazione della "società cristiana", con l'infinita ricchezza
dei suoi valori. Causa prima fondamentale, piuttosto che ulteriore conseguenza,
di tale situazione essenzialmente autodissolutoria, è la storica esplosione,
nella contemporaneità, dei variegati comunismi e libertarismi. Cause ed effetti
che si moltiplicano a vicenda nella direzione dell'assassinio della famiglia,
che a sua volta provoca stragi e genocidi attraverso l’autodissoluzione degli
stessi comunismi e statalismi. Il che ad oggi sembra capace, nel ‘migliore’ dei
casi, dell'immane partus masculus del
"modello" — nemmeno piú "ideale" — del single, l'ultimo grido del piú corrotto consumismo.
Di questa natura è il
fine evidente e coerente della prima "piaga": la divisione-negazione,
sistematicamente universalizzata a tutti i livelli — operazione tipicamente
satanica — realizza il miraggio, dunque la maligna radicale illusione, di una
piú o meno illuministica "pace perpetua", al prezzo dell'annullamento
morbido di tutte le idee — del pensiero stesso —, come la matrice della storia,
fino allo sgretolamento dei suoi cascami, come le ideologie, dichiarate non piú
"funzionali", nonché le teorie economiche e sociali che comunque
residuino anche sentori di universalità concreta. Pseudouniversalità fondano
cosí una pseudopace planetaria, realizzabile, ma con consistenza e valore non
piú profondi né piú seri e fecondi di quelli soggiacenti ad esempio in due
compagni di "parte" o in due industriali o in due accademici — specie
se "cattolici" — i quali, dopo essersi dilaniati, piú o meno
proditoriamente, per inestinguibili invidie e rivalità, si contattano come
amiconi, aspettando solo di girar l'angolo per rafforzare, ciascuno per sé,
l'unico nuovo regime, quello dell’idioteia,
del "particulare" puramente "privato", che considera il
bene comune tutt'al piú al livello del qualsiasi ipotetico altro
"affare", quindi per scartarlo come il meno redditizio o il piú
dannoso e irrazionale degli affari.
3.
Riduzionismo e confusione
La saggezza stoica
sapeva meglio dell'oggi che chi ha un vizio li ha un poco tutti, cosí come ha
tutte le virtú colui il quale ne abbia veramente una. Cosí la prima
"piaga" genera a catena le altre, e piú o meno manifestamente vi
s'accompagna, e l'alleanza di tutte le approfondisce tendendo a renderle
croniche. Pertanto, diagnosticata la prima, le altre sono piú facilmente
smascherate.
Il disordine
metafisico è infatti, inevitabilmente, il principio anche della seconda
"piaga", quella del riduzionismo e della confusione. L'unità,
l'unione, l'armonia della persona, dunque fra le persone e i popoli, è virtú
somma, dunque ardua: perché è frutto essenzialmente dell’amore di Dio e
dell'unione con Dio — che si possono negare o, accolti come il dono massimo,
crocifiggono nell'impegno massimo —, su cui unicamente possono fondarsi i
principi sommi sia delle scienze tutte sia della sapienza, cioè delle forme
culminanti della persona nella sua unità armonica di teoria o di contemplazione
e di scelta o azione, di singolarità e di universale comunità. Proprio per ciò
niente è piú seducente della qualsiasi riduzione dell'assolutezza dei principi
in quanto tali: niente piú alletta l'ignavia e l'inerzia dell'intelligenza e della
volontà quanto il qualsiasi sconto su quell'assolutezza. Ma lo sconto esige per
giunta d'essere giustificato e meritato, indossando paludamenti pacifisti ora
della tolleranza ora dell'interdisciplinarità ora delle crociate
antiemarginazione: tutte facce dell'unico nominalismo, la cui sola faccia è la
maschera di scetticismi e relativismi piú o meno soddisfatti della propria
miserabile rinunzia all'amore della verità, mal sostituito da saltuari, o
incancreniti, amorazzi mercenari, attivi e passivi. Ogni sconto
sull'assolutezza dei principi metafisici ha come prezzo e frutto confusioni in
rapporto ai principi e dunque fra i principi stessi. Mi limito a pochi cenni
esemplificativi.
Che la cultura tenda
sempre piú ampiamente a ridursi a moda‑mercato, sino a forme dilaganti di
anticultura e di acultura, di barbarie piú o meno sofisticate[3],
consegue di necessità alla rete di riduzioni che si organizza in sistemi di
riduzione. Entro questa tendenza, la filosofia si riduce a sociologia, dopo
essersi ridotta a storia, avendo ridotto nominalisticamente la sua essenza di
teoria fondativa dei principi primi fino a identificarsi con registrazioni di
fenomeni contemporanei e di moda, entro il gran pascolo dei sentimenti
soggettivi. La religione, a sua volta, tende a ridursi a religiosità e questa a
flusso di sentimenti soggettivi, la cui dinamica di necessità sbocca nella
confusione piú profonda dell'indifferentismo delle pseudoalternative fra
istantanei emergere ora di un "mi importa" o "mi va" ora di
un "non mi importa" o "non mi va", al livello che non a
caso è alimentato e sfruttato dalle innumerevoli forme di pubblicità, di
sollecitazioni e composizioni interessate di "interessi".
Analogamente, l'arte si riduce ad arbitri piú o meno scandalizzanti, purché si
venda; la sociologia a statistica, cosí se la sbriga l’"intelligenza
artificiale" — la nuova intelligenza "soprannaturale" —, che mi
rende innumerevoli volte di piú della qualsiasi intelligenza; e la statistica
si riduce a irrazionale computerizzazione — infatti: per quali fini? con quali
criteri si modula? — di "dati", per gli stessi motivi e con risultati
ulteriormente ridotti quanto a raggio e significato.
Nel modo piú
sintetico: l'intelligenza metafisica, ridotta a sistema della stupidità
seducente "brillante" delle sue sollecitazioni sempre piú ristrette,
genera sistemi della confusione fondati su sistemi della riduzione. E dà luogo
a questa catena — crescentemente schiavizzante — di generazioni: la teologia si
riduce ad antropologia, l'antropologia a psicologia, la psicologia a biologia,
la biologia a chimica, la chimica a fisica, come matematizzazione, la
matematica a tecniche di computo, la politica a economia, l'economia a giochi
di potere, le scienze tutte a linguaggi statistici, il linguaggio a gioco nominalistico,
la libertà ad arbitrio da non punire ma da stimolare, la felicità ai giochi
dell'effimero, il bene comune a sistemi di connivenze, la pace a prolungamento
indeterminato della riduzione e della confusione e della riduzione come
sistematicamente normalizzati. Il suo esito coerentemente necessario è la
distruzione a catena. La simulazione della pace è dunque forzata da se stessa a
moltiplicare "giornate" di "feste", sotto alibi di
"memorie" e di "emergenze", sino a rendere eccezionali
tutti gli impegni, del lavoro come della contemplazione, dell'autentica festa
che non sia perciò vacanza, ossia vuotezza e distrazione: sino ad avvolgere in
modo stringente ogni atto della creatività dell'intelligenza e dell'amore entro
il mondializzato ciclo continuo del tour
dello spettacolo‑mercato, generalizzando le "lasvegas" come tecnologizzati "paesi dei balocchi",
le fiere delle confusioni piú immediatamente allettanti. La prima e principale
vittima ne è la persona stessa, che si riduce e viene ridotta a rottame di
confusioni, la cui residua coscienza scola le sue deiezioni tanto nelle
cosiddette crisi di identità quanto nei vari allucinogeni piú o meno
"culturali", esasperazioni delle illusioni piú catastroficamente
ingannatrici.
Lo si riconosca o piaccia,
o tutt'al contrario, di questa "piaga" la responsabilità prima,
diretta o indiretta, grava sulle spalle della "cultura cattolica",
che piú ha avuto e alla quale dunque piú è chiesto. In quanto da secoli si è
"liberata" della strada maestra dell'intelligenza metafisica, ossia
della metafisica e della coerenza intera, della tensione e recezione in
rapporto alla Via Verità Vita, perciò sempre piú "normalmente"
perdendo la "sinderesi — nel senso piú proprio —, riducendosi a tentare
scorciatoie, vicoli, sentieri piú o meno vaganti o interrotti, non per ampliare
orizzonti e intensificare impegni, ma sotto uzzoli da piú o meno miserabili
machiavellismi, che fruttificano amarezze sempre piú ripugnanti e inquinanti.
La radice fondamentale, nella modernità, di tali vagabondanti diversivi è
l'irrazionalismo velleitario di Lutero, e delle conseguenti "riforme"
e "rivoluzioni". I frutti principali, oggi, sono i domini planetari
di forme del naturalismo razionalisteggiante neopagano partorite dallo
scientismo a sua volta normalizzato. In questo senso lo scientismo, padre dei
gemelli"battezzati" Secolarismo e Teosofismo, è il sistema dell’odio
occulto dell'integralità della persona, che dunque deve mascherarsi di forme
teurgico‑iniziatiche — donde i "riti" i "linguaggi"
le "feste" entro le diversificate ma necessariamente alleate lobbies degli "specialismi" —,
a loro volta grottescamente ridotte, ma redditiziamente, dalla dittatura della
moda‑mercato.
Limitandoci al
panorama italico, per lo piú si omette o si maschera la matrice principale
dell’«unità» dell’Italia: l’utopismo massonico occultamente alleato con
l’utopismo socialistico, al quale ha spalancato le porte l'avanzato
indebolimento spirituale, culturale, storico di tanto clero, nonché della
residua monarchia, spazzatine via, con il "potere temporale", gli
ultimi cascami, per far "decollare" l'Italia, ma in senso doppio. La
normalizzazione di tale percorso è talmente sotto gli occhi di tutti che forse
ben pochi lo riconoscono — o ne additano magagne e pericolosità — ad esempio
nel plauso spesso "corale" della "cultura" alla sua massima
eccezione concentrata nell'insegnamento del Capo della Santa Chiesa, plauso che
troppo spesso è facile alibi al far sempre piú sorde orecchie da mercante al
suo sommo magistero. Sicché tale "alta cultura" sempre piú si
allontana, anziché approssimarvisi, a quel discorso pieno e persuasivo che si
rivolge non «solo ad una parte dell'uomo, ma a tutto l'uomo», spesso
divertendosi col can per l'aia, partorendone prezzolati scritti «senza spirito,
senza principj, senza eloquenza e senza metodo», come scrive Rosmini, leggendo
l'oggi piú attuale[4].
4. La paura e il compromesso
O si vive di amore o
si muore di paura: lo stesso timore di Dio è superato nell'amore di Dio,
mediante il Crocifisso Risorto. La cultura dei cattolici, oggi — un oggi
plurisecolare — è profondamente condizionata dalla paura[5].
Essa per lo piú si manifesta come paura degli "avversari" piuttosto
che dell'Avversario, e in genere delle tendenze maggioritarie, non importa se
reali o fittizie: in realtà di tratta di paura di se stessa che si rimpalla
sugli avversari, sempre piú irrobustendoli e indebolendosi: perché si sa,
dunque sempre piú di rado è disposta ad ammetterlo, slittante per compromessi
fino al rifiuto dell'Assoluto Verità, dunque dell'Incarnato Risorto, della
Libertà come frutto sanguinante della Croce. E quanto meno si accusa di tale
rovinosa "piaga" tanto piú si ubriaca delle libertà, quelle dei
capogiri e disorientamenti. Si ripete, immobile, la "scena" originaria:
la cultura di tanti "autorevoli" cattolici, consumati i riti di
glissamento del Verbo Figlio di Dio, cercano di nascondere le proprie vergogne,
con i compromessi vigliaccamente e malamente adornandole, aggiustandosi la
Legge di Dio come legge del mondo e legandovisi mani e piedi, testa e cuore. Di
conseguenza la sua paura cresce anziché allentarsi, e proporzionalmente
descresce la sua forza. La verità, tradita, esige la croce: la croce,
rifiutata, si rovescia addosso come groviglio di croci sempre piú pesanti.
Quando in Pietro è prevalsa la paura — di fronte a Cristo — o stava affogando o
stava rinnegando e spergiurando. Il «non abbiate paura» (Matteo 10, 26), fortemente vessillato da Giovanni Paolo II sin
dall'inizio del suo Pontificato, diviene esortazione nominalistica e vana per
chi rilutta a percorrere l'unica strada che ne libera, quella della gioia
sanguinante della croce, della carità misericorde invocata e consumata.
Ma, omessa la strada
maestra, che è la strada stretta, la paura si può solo mascherare, per farla
rendere, per lo meno a "cedole" mensili, nella
"professione", che si riduce a quella della società palustre della
viscida vigliaccheria e ignavia, che compera, a qualsiasi prezzo, per i suoi
piedi affondanti, le stampelle che gli offre colui del quale ha piú paura, il
"mondo": un prezzo mefistofelico che in ogni caso partecipa della
tracotanza del compromesso sulla verità. Arrembato a queste pur incerte
palafitte — la "nuova" civiltà della tecnocrazia! —, in forza
dell'alleanza non proprio santa ma in compenso piú dorata, tutto le è
consentito e legittimato: eccetto cercare e dire la verità intera: eccetto il farsi verità. La forza degli avversari
cresce dunque in ragione della nostra debolezza e infingardaggine: e che almeno
la si indori! Alla violenza alla verità conseguono tutte le forme di violenza,
palesi od occulte: ce ne facciamo i complici primi e piú stupidi anche perché
le prime vittime. Ma, piaccia o meno, una la logica: nemmeno i piú grandi
imperi sono mai caduti per la forza degli avversari, ma per il proprio
indebolimento per corruzione.
Tuttavia per lo piú e
piú facilmente optiamo per la pervicacia nell'irrobustire le impalcature dei
sistemi di compromesso, immergendoci nella "legge del mondo",
perfezionandoci nelle sue scienze tecniche arti del mimetismo ed opportunismo:
progredendo, ma nella distruzione morbida di tutto ciò che è perenne, o anche
ne abbia sentore. Il compromesso è lo schiavo ideale di tutte le mode, per loro
natura contrastanti e insieme cospiranti, in quanto obbediscono alla piú miope
irrazionalità sensualista: e, insieme, ne è l'ideale vittima. La cultura che si
riduce a sistema di prostituzione spirituale, attiva e passiva, può solo
ingigantire la paura: sino alla paura del qualsiasi "domani", al quale
si fa impotente, distruggendolo, già col fingerlo miopemente non degno dei suoi
"interessi", "urgenti" e "attuali".
4. Il gioco tragico e la sterilità
Ogni qualvolta osiamo
per giunta lamentarci, o piangiucchiare, riguardo a nostre presunte o realissime
emarginazioni, se con ciò copriamo ulteriormente anzitutto a noi stessi
d'esserne i primi e principali responsabili, possiamo solo continuare ad
affondare nelle loro sabbie mobili. È assai meglio scegliere, se necessario nel
modo piú duro e pesante, il nascondimento fino all'anonimità, purché
instancabilmente costruttivo. Infatti anche solo sfilacciature di prostituzione
spirituale generano effetti bastardi, e, quanto piú essa si estende — con
dinamiche globalizzanti che simulano la "cattolicità", ossia
universalità del vero — tanto piú partoriscono sterilità, nel tragico gioco
della confusione interessata.
Per restare ancora a
qualche esempio italiano. Perché l'autenticità della cultura cattolica, quanto
piú tale, tanto piú è silenziata o molteplicemente deformata dalla quasi
totalità — rarissime le "mosche bianche", che paiono in estinzione —
dai mass media? Perché non esistono né giornali né editori, almeno veramente
nazionali, se non internazionali — quanti cattolici considerano infatti «L’Osservatore
Romano» come “quotidiano” e senza pari eccellente? — che, anziché tradurre e
veicolare l'autenticità della cultura cattolica, quando si scomodano a voltarsi
in questa direzione normalmente non esprimono — o solo minimamente — o
l'autentica cultura o l'autentico cattolicesimo, ossia quasi sempre né l'uno né
l'altro? In realtà è questa un'ovvia conseguenza del fatto che non esiste la società cattolica, ma solo
isole, spesso insufficientemente consapevoli d'esser pietre vive dell'unico
Corpo e ben poco faticanti per divenirlo pienamente. In questi
"normali" casi, cultura e cattolicesimo si sono ridotti a loro
miserevoli maschere e residui, specialmente quando per primi i
"responsabili cattolici" si fanno correi, per debolismo o inerzia quando
non per secondi fini, della moltiplicazione delle congiure del silenzio e della
denigrazione, talvolta illudendosi di analgesizzare delitti planetari come
ingiustizie legalizzate, divorzio, contraccezione, aborto, eutanasia, droga,
genocidi e fame: il sistema delittuoso organizzatissimo e progredientissimo che
non "prepara" ma già costituisce la terza guerra mondiale, o l'unica
in diverse fasi dai primi del '900 ad oggi, quella "profetata" da
Nietzsche.
È dunque
principalmente il discidium inter
Evangelium et culturam, che nel '75 è stato denunziato dal Papa in modo
drammaticissimo, la radice del gioco tragico dell'emergente cultura dei
cattolici. Che perciò è dominata da ateismo pratico, tranquillizzato come
agnosticismo avvolto in sentori di sacrestia, e al quale basta solo
frizionarsi, anzitutto nelle "occasioni pubbliche", con prelati e
clericali, per deodorarsi ai nasi ai quali piú tengono. Una siffatta
"cultura" — anticultura e acultura[6]
—, specialmente da quando la contemporaneità si è proclamata, nelle sedi piú
"autorevoli" e senza provocare alcun battito di cigli, anticristiana
o acristiana, super partes, pur di
evitare le nuove catacombe, realtà che si sono straordinariamente moltiplicate
appunto dall'inizio del '900[7],
cerca in qualche modo di far affari con quella che ritiene l'unica realistica
alternativa alle catacombe, nonché storicamente necessaria, ossia con il grido
del mercato, come le gazzette, sempre l'ultimo e già quello di un ieri dai cui
detriti liberarci al piú presto. Gli esiti non si limitano perciò ad essere
tragici, ma, insieme, sono grotteschi, da crocefissione subita con la piú
odiante riluttanza.
Una delle cause
principali di tali effetti è l'universale dissoluzione storica del principio
dell'omnis potestas a Deo, conseguente
alla dissoluzione della concezione della persona come creata a immagine e
somiglianza di Dio e perciò essa stessa diritto
ontologico primo, divino fondamento — e l'unico fondamento propriamente
tale — di ogni umana legislazione che ne derivi determinandolo. Quest'ordine di
dissoluzioni ha percorso la strada larga di molte, ormai sedicenti, democrazie.
Le quali, in verità, di fatto danno ragione piena alla piú antica diagnosi
delle degenerazioni della democrazia autentica — tale solo se positivamente
utopica —, che la individua come il «sistema politico che consenta alla
canaglia di star meglio della gente per bene»; definizione non certo sospetta,
quanto meno perché "giovane" da duemilaquattrocento anni. Quel
sistema, continua lo stesso anonimo greco, per il quale nelle assemblee «può
levarsi a parlare qualunque ceffo e perciò perseguire l'utile suo e dei suoi
simili»[8].
E ciascuno badi a spazzare il proprio uscio. Peraltro è sistema che come forse
pochi traduce la "legge del mondo": se, ad esempio, millequattrocento
anni dopo, in tutt'altro contesto, Simeone il Nuovo Teologo osserva che vengono
onorati come maestri — noi diremmo "protagonisti" della cultura o maîtres-à-penser — coloro che simulano
virtú — il che oggi è per lo piú controproducente, e fruttificano solo
chiacchiere boriose — e questo resta perennemente necessario per il
"mondo".
L'alternativa a queste
e altre "piaghe" può essere solo radicale: o la legge di Dio
Incarnato, come la strada maestra della cultura come pienezza dell'uomo, o il
labirinto talvolta captante ma sempre radicalmente triste e sterile della
"legge del mondo". Abbracciare la prima alternativa — non lo sappiamo
mai interamente — comporta anzitutto la persuazione totale che nessun atto di
intelligenza né di volontà, dunque nessuna forma di cultura, è possibile nel
modo piú pieno senza lo Spirito Santo, dunque senza la grazia e la grazia
sacramentale: senza la nostra incarnazione nel Corpo mistico della Santa
Chiesa. La conoscenza amativa non è affatto una semplice immagine, ma è realtà
essenziale. Comporta la persuasione assoluta che ogni atto e operazione
culturale, ogni laborare, che non sia
intrinsecamente e integralmente croce e gloria a Dio, è apparenza sterile, soprattutto
storicamente. La storia infatti è progresso solo in quanto consecratio mundi: in quanto è farsi
verità da parte della persona. Ogni orare
che non sia intrinsecamente e totalmente il laborare
— e viceversa — dell'intera persona, creata crocifissa ricreataperciò in verità
è flatus vocis, fantasma mentale e
alibi spirituale.
[1] A. Rosmini, Delle cinque
piaghe della Santa Chiesa, a cura di A. Valle, vol. 56 dell'Ed. Naz.
Critica, Città Nuova, Roma, 19982, p. 44.
[2] Ib., p. 69.
[3] Rinvio al mio La barbarie civilizzata, Marsilio, Venezia, 19882.
[4] A. Rosmini, Op. cit., pp.
67 e 89.
[5] Ritrovo interamente questi giudizi nel messaggio per la
Giornata delle comunicazioni sociali pronunciato da Giovanni Paolo II il 24
gennaio 2004. Cfr. I complessi. di inferiorità
(1959), in G. Siri, Il Sacerdozio cattolico, Giardini, Pisa,
1983, pp. 163‑200 (Opere, vol. V).
Ho redatto la quasi totalità di
questo intervento il 9 e 10 aprile 1988, per una conferenza: mi è capitato tra
mano in concomitanza con la mia forzata assenza all’importante riunione romana
degli Ascritti, dell'ottobre del 2003: se vi fossi intervenuto attivamente
avrei toccato alcuni di questi problemi.
[6] Si veda l’attualissimo Filosofia e antifilosofia (Marzorati, Milano, 19712,
vol. XXVIII delle “Opere complete”), opera nella quale Sciacca ha raccolto le
lezioni tenute nel I Corso della «Cattedra Rosmini» (1967).
[7] Si veda il volume di Alberto Caturelli, La Iglesia Católica y las catacumbas de hoy, Almenas, Buenos Aires,
1974.
[8] Il testo dal quale ho tratto le due
citazioni. è l’Athenaion Politeia,
brevissimo scritto già attribuito, discutibilmente, a Tucidide, probabilmente
redatto entro gli anni 429‑424 a. C. Mi valgo della sua traduzione a cura
e con commento di Luciano Canfora: La
democrazia come violenza, Sellerio, Palermo, 19864, pp. 15 e 17.
Un testo al quale sono facilmente e non paradossalmente accostabili le
considerazioni di Rosmini sul "dispotismo delle maggioranze", per le
quali si può vedere la mia antologia Rosmini,
l'ordine del sapere e della società, Città Nuova, Roma, 1997, pp. 201-203.